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31 marzo - 1° aprile 1910

 

Talvolta, come accadde nel 1902, i mesi autunnali possono portare gli accumuli più importanti, altre volte, come nel 1910, è necessario attendere la primavera inoltrata.

Il 29 marzo del 1910, dopo un inverno senza abbondanti nevicate alle basse quote, tutto il comasco assapora i primi tepori primaverili, con temperature che localmente arrivano a sfiorare i 20°C. In meno di 48 ore le temperature subiscono un crollo di oltre 15 gradi. Nel pomeriggio del 31 inizia a nevicare abbondantemente. In poche ore a Cantù il manto di neve raggiunge i 15 centimetri; anche le strade del capoluogo lariano diventano impraticabili.

La nevicata prosegue incessante per tutta la notte interrompendo in molte località il servizio di distribuzione dell’energia elettrica e le linee telefoniche. Non è un pesce d’aprile. La giornata successiva il tempo rimane imbronciato e freddo senza regalare ulteriori precipitazioni. Verso mezzogiorno una canzonatura di sole illumina per un attimo il quadro veramente incantevole dei monti e delle colline che coronano la città, letteralmente sepolti dalla neve (a Lipomo viene segnalato mezzo metro di neve).

E’ una neve benefica quella che cade sulle rive del lago, alleviando l’arsura anormale del terreno a beneficio dei contadini. Non sono i soli a beneficiarne. Ad Argegno, e in altri comuni della zona, i macellai, con le ghiacciaie ancora vuote, si affrettano a riempirle, essendone caduta e misurata sino a 40 cm.

 

11 maggio 1910

La neve d’aprile non è l’ultima della stagione. Mercoledì 11 maggio Como si ritrova in pieno inverno: si rimpiangono le giornate di gennaio e febbraio soffuse di sole e tepori, che con rammarico sembrano persi per sempre. In città piove tutto il giorno con un insistenza fastidiosa mentre sui colli circostanti la neve cade con abbondanza. Al crepuscolo, in un momento di tregua dei fumosi vapori si svelano nel loro candore, come non erano mai apparsi al desiderio degli sciatori.

   

La quota della neve è straordinariamente bassa per la stagione. A Varese nevica per parecchie ore, anche in città, più ad ovest i candidi fiocchi raggiungono Borgosesia e Fontaneto d’Agogna.

Fra il Lario e il Ceresio, il corrispondente dalla Valle Intelvi scrive: vento, acqua e neve, con relativo abbassarsi della temperatura, imperversano sulla nostra valle, minacciando seriamente gli alberi e la campagna e costringendo i poveri mortali a ricoprirsi come in gennaio. Non solo i monti, ma gli stessi paesi, anche i più bassi, sono rivestiti di neve. A Pellio d’Intelvi, intorno alle ore 15 dell’11 maggio le strade sono già ricoperte da venti centimetri di neve; nevica quanto è lungo il dì e il 12 continua … cresce.

Dall’alto la lago le cronache non sono dissimili. In data 13 maggio la corrispondenza da Colico riporta: da alcuni giorni il maltempo imperversa con alternativa di pioggia, neve, vento, sereno, lampi e tuoni. Da anni non si vedeva una primavera così squallida e fredda: dalla Valtellina i treni giunsero coperti di neve. La campagna è gravemente danneggiata, e specialmente l’uva intristisce.

E’ proprio la Valtellina ad offrire le visioni più invernali fino al piano.

 

neve sondrio

Mercoledì 11 maggio a Sondrio la neve cade fitta e persistente come mai si era verificato durante tutto l’inverno: sette ore continue di una neve a larghi fiocchi che tosto ricopre le montagne e la pianura. Per sgomberare piazze e vie si deve ricorrere al passaggio dello slittone. A Tirano vengono segnalati 20 centimetri di neve. Il danno alla campagna appare gravissimo: non solo le viti furono in molte parti spogliate dei loro tralci che caddero a terra sotto il peso della neve, ma le piante da frutta s’ebbero spezzati più rami ed in alcuni punti furono persino divelte. Danno grave ebbero pure le segali in montagna e il fieno al piano, ove già le segali si elevavano rigogliose da terra ed ove l’erba pure alta insuperbiva i prati, la neve piegò le une e le altre sotto il suo peso e pur troppo difficilmente sarà dato riparare a quel danno e si dovrà alla meglio falciare subito ed usare di esse per mangime fresco.

Gabriele Asnaghi

 

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